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Nel suo viaggio alla volta di Nola, Paolino, dopo Firenze, fece breve sosta a Roma. Qui Papa Siricío, chiaramente un po' prevenuto nei confronti delle correnti ascetiche del monachesimo occidentale e, soprattutto, poco convinto della regolarità dell'ordinazione sacerdotale del giovane aquitano, si rifiutò di ricevere in udienza il futuro vescovo di Nola. L'atteggiamento di diffidenza del Pontefice, accompagnato dalla sorda ostilità di buona parte del suo clero romano, ferì profondamente l'animo molto sensibile di Paolino. Soltanto in seguito, alla fine del suo Pontificato, l'atteggiamento del Vescovo di Roma nei confronti di Paolino muterà radicalmente.
Ma nella stessa città di Roma non mancarono attestazioni di sincera ammirazione, di stima e di vivo affetto nei riguardi dell'asceta aquitano, di sua moglie Terasia e dei loro compagni di viaggio. Certamente ad accogliere gli ospiti ci fu la nobile famiglia di Melanía Seniore, cui Paolino era legato da vincoli di parentela. Ci fu il proprio parente Domníone, difensore della sua decisione, dotto e ricco possessore di codici antichi e di pregevoli manoscritti. Ci fu l'amico di vecchia data Pammachio, senatore romano, grande possidente e poi monaco, fedele discepolo e sostenitore irriducibile del grande Girolamo.
Orbene, oltre a questi illustri rappresentanti dell'aristocrazia senatoria della Capitale, ci fu la numerosa folla di gente comune, il popolo romano e cristiano, che, memore della generosa magnanimità del ricco senatore e console, corse ben volentieri a rendergli l'omaggio della riconoscenza e dell'affetto, ora che lui, spogliatosi dei suoi beni e dei suoi onori mondani per Cristo, si presentava nelle umili vesti del monaco.
Pur tuttavia, l'accoglienza più palpitante e calorosa fu riservata a Paolino dal vescovo, dal clero, dai monaci e dalle popolazioni cristiane della Campania, che egli in anni non lontani aveva amministrato da mite e giusto Governatore. Infatti il giovane asceta, appena giunto a Nola, si era ammalato molto gravemente. E la notizia della sua malattia si diffuse con la rapidità di un fulmine non solo in Italia, ma anche nell'Africa mediterranea, e contribuì non poco a stringere compatte intorno all'ex-senatore le moltitudini del nostro popolo, con a capo i loro Pastori ed il clero tutto. Egli così parla di questa accoglienza entusiastica al suo amico del cuore Sulpicio Severo: "I tuoi corrieri, infatti, che sono nostri compagni di servitù, durante i pochi giorni, in cui si sono intrattenuti con noi, hanno potuto vedere le assidue e premurose manifestazioni d'affetto che, durante tutto quel tempo della nostra malattia, ci hanno prodigato i fratelli monaci, in ansia per la nostra sorte, i vescovi, i chierici e spesso anche i laici. Poiché presso la tua cara persona possiamo gloriarci, ma solo della grazia del Signore, di cui anche questo avvenimento è opera e dono, in tutta la Campania non c'è stato quasi nessun vescovo che non abbia ritenuto suo dovere farci visita. E quelli che non erano venuti, perché impediti da una malattia o da qualche altra necessità, sono stati qui presenti nella persona dei loro chierici, inviati al loro posto, e con le loro lettere. Anche i vescovi dell'Africa hanno mandato a farci visita di nuovo all'inizio dell'estate" (epist. 5, 14 a Severo).
Appena si fu ristabilito in salute, Paolino si preoccupò di dare una dimora più idonea alla sua comunità di monaci. Progettò perciò di costruire il suo "monastero" sopra l'ospizio dei poveri e dei pellegrini, che era stato edificato da lui stesso durante il suo governatorato in Campania. I lavori iniziarono subito. La nuova costruzione, composta da tante piccole celle, sarà costituita da due ambienti distinti: l'uno, per Paolino e i suoi discepoli, l'altro, invece, per Terasía e le sue consorelle. Nel frattempo l'asceta aquitano preparava e fissava anche le norme per regolare la vita in comune dei suoi monaci. Si trattava di norme scaturite dalla lunga esperienza e già in vigore ed operanti nelle numerose comunità ascetiche del monachesimo occidentale. Alla sostanziale uniformità di queste Regole, Paolíno aggiungeva il tocco maturo della saggezza e dell'equilibrio umano e spirituale, proprio di un uomo buono e generoso aperto alle necessità dei più bisognosi. Così, sistemata nel suo nuovo alloggio, munito dei suoi servizi essenziali, la comunità nolana iniziava la vita normale in monastero. Un monastero, quello istituito dall'asceta aquitano a Cimítile, sempre aperto, pronto ad accogliere non solo i poveri di Cristo, ma anche i numerosi pellegrini che, soprattutto in occasione della festa del Santo Patrono, il 14 gennaio, accorrevano alla tomba di S. Felice.
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