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Senza dubbio anche il tempo del monaco nolano trascorreva scandito e vivificato dalla continua e fervente preghiera al Signore, posta a fondamento della vita comunitaria. I membri del piccolo asceterio, infatti, si riunivano in determinate ore del giorno e della notte, per lodare e rendere il culto dovuto a Dio. D'altra parte una delle principali attività di Paolíno e dei suoi monaci era lo studio diligente ed appassionato della Sacra Scrittura e delle opere degli scrittori ecclesiastici, vissuti in tempi precedenti o che erano viventi e godevano dell'infirna amicizia di Paolino. Asceta nolano sentì impellente l'esigenza di questi studi, a fondamento e sostegno della sua fede e della sua attività artistica e letteraria. Si guarda intorno e si rivolge al migliore maestro di Sacra Scrittura, per avere la possibilità di mettersi alla sua scuola e ricevere lumi.
Infatti il grande studioso della Bibbia, S. Glrolamo, a cui il nostro Paolino, all'inizio della sua avventura ascetica, si era rivolto, manifestandogli il vivo desiderio di approfondire lo studio dei Libri Sacri, dalla lontana Betlemme, dove viveva, gli aveva risposto per lettera, esortandolo ad impegnarsi in questo lavoro, di certo tutt'altro che facile: "Applicati allo studio e all'intelligenza delle Sacre Scritture col più vivo impegno e con la migliore diligenza. Ma sappi che si tratta di uno studio molto difficile, per cui hai bisogno assolutamente di una guida esperta e sicura. Eccomi a tua completa disposizione" (epist. 53 a Paolino). Il caloroso invito del monaco di Betlemme allo studio della Parola di Dio non cadde nel vuoto. Paolino subito si mise all'opera con entusiasmo e passione. Studio, quello di Paolino, che era nello stesso tempo meditazione, assimilazione e preghiera. Perciò la Bibbia divenne ben presto la sorgente inesauribile, a cui tutta la vita spirituale e letteraria di Paolino attingeva sempre abbondantemente la linfa necessaria, e costituiva la fonte principale, se non unica, inesauribile e sempre nuova, della sua ispirazione poetica e della sua corrispondenza epistolare.
Tuttavia la giornata dei membri della comunità nolana, oltre ad essere santificata dalla preghiera e dalla meditazione della Sacra Scrittura, era assiduamente impegnata nel lavoro manuale nei giardini attigui alla basilica di S. Felice, dove si coltivavano gli ortaggi ed i legumi indispensabili per la mensa di tutta la comunità monastica. D'altronde lo stesso Paolino dedicava ampi spazi del suo tempo alla composizione dei Carmiín onore del Santo Patrono, al disbrigo della fitta corrispondenza epistolare, che si allargava sempre più col passare degli anni, e soprattutto al duro lavoro manuale, alle opere servili.
Infatti egli coltivava personalmente con le proprie mani un piccolo ortícello, che peraltro non sempre era reso fertile dal lavoro dell'inesperto agricoltore. Esso, perciò, non riusciva a produrre che pochi ed insulsi cavoli. Un campo avaro, dunque, quello coltivato con le sue braccia, proprio come il suo cuore.
Ecco come egli stesso, identificandosi in quest'immagine agricola, si presenta al suo amico Apro, famoso magistrato aquitano, che ha deciso di seguire il suo esempio abbracciando anche lui l'ideale ascetico: "Ma siamo proprio noi quell'angusto orticello, che tu descrivi con tanta eloquenza, ma che a stento è capace di produrre un solo cavolo, e siamo insipidi, come dice il Profeta, più di una bietola cotta solo a metà... Tuttavia quel cavolo può essere più facilmente scusato di essere senza sale, che esso non ha ricevuto o per le ristrettezze della nostra miseria o per colpa della nostra avarizia. Ma noi, infroffiti, siamo più colpevolmente insipidi, poiché in noi, sovrabbondando l'insipienza derivante dai nostri peccati volontari, è diventato scípìto il sale degli Apostoli, e dinanzi alle nostre colpe sono scomparsi i condímenti spirituali. Ma se non saremo ristorati dalle vostre preghiere, neppure quell'unico cavolo sarà rigoglioso in noi e ci verrà meno anche l'insipido ortaggio, se saremo da voi del tutto abbandonati" (epist. 39, 4 ad Apro).
Come appare evidente anche da questa bellissima pagina dell'Epistolario, Paolino ebbe vivo il senso dei suoi limiti, della sua impotenza spirituale. E proprio il senso della sua profonda umiltà muoveva il suo discorso e la sua penna. Infatti la sua lingua parla dall'abbondanza del cuore. Con lealtà e semplicità. E fu, questo, indubbiamente uno dei tratti più caratteristici della vita interiore e dell'opera del nostro Santo. Egli, dunque, a fondamento della sua vita spirituale pose la virtù dell'umiltà, che, unita all'amore di Cristo e dei fratelli, costituisce la radice della sua, come di ogni santità. E quando l'amico aquitano Sulpicio Severo ebbe l'ardire di chiedergli un suo ritratto per collocarlo di fronte a quello del grande vescovo di Tours, S. Martino, nel nuovo Battistero, Paolíno, sbalordito dell'insolita richiesta, così lo apostrofava nella sua lettera di risposta: "C) Severo, mio caro Severo, il troppo affetto che tu nutri per me quasi ti fa vaneggiare ed allora diventi veramente stolto, comportandoti verso di me con eccessivo amore, proprio come farebbe un vecchio nonnino nei confronti di un tardivo nipote... Io mi vergogno di dipingermi come sono, ma non oso ritrarmi come non sono: odio ciò che sono, e non sono ciò che vorrei..." (epìst. 29,1.2 a Severo).
Nel cenobio nolano vigeva soprattutto una grande austerità e sobrietà nel vitto e nel vestito. Paolino ed i suoi compagni avevano smesso i lussuosi abiti del mondo per indossare quelli del semplice monaco: un ruvido saio, intessuto di peli di cammello, ed un mantello altrettanto rozzo e dozzinale. Ed una dura cordicella intorno alla vita, il cilicio, segno di una vita di abnegazi one e di penitenza. La mensa, poi, era delle più modeste e frugali: tutti mangiavano, non il pane bianco e croccante della Campania, famoso per le sue squisite qualità, ma solo un pane più ordinario e rustico, che Paolino, scherzando, designava come il "pane della spedizione cristiana", la galletta del cristiano, soldato di Cristo. Quanto al vino, infine, esso veniva servito solo in circostanze particolarmente importanti e spesso come medicina per i monaci ammalati o cagionevoli di salute. Ma sempre e soprattutto in modica quantità. La comunità di Nola faceva un solo pasto al giorno, di sera, un pasto preparato a base di legumi e di ortaggi, con abbondanza di acqua e pochissimo condimento. D'altra parte tutta la necessaria suppellettile ed il vasellame erano di terracotta oppure di legno di bosso, secondo la più antica ed autentica tradizione monastica orientale. Bando quindi ad ogni forma di lusso) di vanità e di pompa esteriore: capo rasato in forma ineguale, silenzio continuo, cilicio sulla nuda carne, rifiuto di ogni sorta di piacere, questi i punti su cui Paolino, specie nel suo epistolario, insiste continuamente, sottolineando al suoi confratelli ed ai corrispondenti la necessità di uniformare la loro vita a Cristo, povero e crocifisso.
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