Per una nuova festa dei Gigli

 

L'insistenza su una festa popolare gelosamente custodita da una comunità se, da un lato, rischia come mette in guardia l'antropologo Lanternari di funzionare come alibi e come valore-rifugio a livello individuale e come trappola strumentalizzata da esponenti delle forze egemoni a spese di quella comunità, dall'altro la medesima insistenza può essere assunta come iniziale ‘polo' di contestazione culturale, sociale e politica. Ed a tale contestazione potrebbe accompagnarsi una reazione nei confronti del processo di disgregazione del sistema di credenze e di valori tradizionali, ma non per una conservazione a qualsiasi costo di questo sistema, bensì per aprirsi ai tentativi di rispondere alla ‘sfida' dell'economicismo imperante con nuove sintesi culturali.

In questo contesto, si pone il compito di impostare su un diverso piano i rapporti tra la festa ed il quotidiano. Invero, si potrebbe puntare proprio sulla opposizione ‘festività-quotidianità' al fine di tentare di coniugare anziché contrapporre i due poli tra loro.
Da questa coniugazione potrebbero derivare, infatti, delle conseguenze importanti, a cominciare dalla demitizzazione della stessa festa tradizionale, laddove il programma della demitizzazione non tende affatto ad eliminare la festa, bensì ad interpretarla.

Infatti, detto programma, sulla base di un nuovo modo di concepire la realtà, mirerebbe a salvare il nucleo oggettivo e permanente che il contenuto tradizionale della festa racchiude, sotto forma mitologica ed a trasporre questa tematica su un livello culturale meglio rispondente alle esigenze di una coscienza moderna, tesa ad instaurare processi di evoluzione e di promozione anziché di conservazione e di difesa dello statu quo.
In altri termini, come scrive Alfred Simon, si tratta di “far passare la festa dal sacro primitivo (funzionale al totalitarismo) al religioso moderno”. Più precisamente, non si tratta di liberare la festa dal religioso bensì di liberare — nella festa — il religioso dal sacro primitivo.
Siffatta liberazione implica il trasferimento dell'attenzione dell'osservatore partecipante dalla dimensione festiva popolare alla condizione esistenziale del popolo. Vale a dire che la liberazione della dimensione religiosa dal sacro primitivo si realizza nella misura in cui la festa va vissuta non come estroversione delle proprie frustrazioni, tensioni, esigenze profonde od aspirazioni ideali, bensì come introversione di quelle altrui.
In tal modo, la ‘festa tradizionale' — quale cerimonia di riparazione della caducità del vissuto quotidiano — si trasmuta in una ‘nuova festa' quale assunzione della propria esistenza personale per la graduale edificazione di una società sempre più rispettosa di tutto l'uomo e di tutti gli uomini.

(a cura di Franco Manganelli)