Racconto di improvvise separazioni

La singolare scrittura di don Luigi Mucerino ricorda tre figure legate alla locale realtà diocesana,, venute a mancare la scorsa estate

 

a cura di Luigi Mucerino

direttore della Biblioteca diocesana San Paolino


Dalla Cattedrale in marmo della sua città al Tempio del cielo senza pareti: qualche mese fa è questo il balzo di Gino, ossia del professore Luigi Buonauro, che tuttora ci sorprende e ci rattrista. Aveva nella mattinata incontrato in terra il Signore e San Paolino nella liturgia eucaristica, quando di notte si è improvvisamente svegliato alla luce della Risurrezione, nell’orizzonte eterno. A rileggere l’ultima pagina della sua agenda rimaniamo confusi, perché non sappiamo se vederlo ancora tra noi o in un altrove misterioso. A nessuno venne di presagire il passo dell’ultima ora, in quel giorno. Dirimpetto alla casa comunale dove egli fu primo cittadino, ora la comunità di Nola si convoca nella cattedrale per un atto di rivalsa contro la morte e di compensazione della pubblica mancata partecipazione, per dire cioè che egli è vivo in Dio e in noi, per dimostrargli il rimpianto e la gratitudine per il suo cammino di bene. Altrettanto tagliente a causa della pandemia fu il suo passaggio dalla casa abituale di ogni giorno alla casa del suo riposo eterno, dove tanti come per impalpabile intesa si ritrovarono insieme per digli addio. Tutti presero alla lettera l’imperativo cristiano “di seppellire i morti” e gli lanciarono un pizzico di polvere mentre lo avvolgeva il buio della tomba, quasi per rimanere sempre simbolicamente uniti. È scomparso con lo stesso nome con cui venne alla luce: Gino! Senza titolo e senza sovrapposizioni superflue; suo fu il titolo di una vita semplice, votata sin dagli anni giovanili dell’università e della Fuci, alla ricerca interiore e alla ricerca pubblica della cattedra universitaria presso l’Università Federico II di Napoli. Fu studioso e alleato del diritto e al diritto non solo ha evidenziato attitudine feconda, ma di esso è stato anche testimone, perché le pagine da lui professionalmente prodotte in carattere cartaceo sono speculari alle pagine del suo diario di rettitudine e di onestà. Sembrò talora come assorto nei suoi incontri di fede nell’assemblea liturgica, ora nel cielo il suo volto riflette la luce di infinito amore.

Proprio la morte così crudele nei suoi attacchi, ricorre al meccanismo della simulazione, perché insinua spesso l’illusione che siano ancora vivi coloro che si sono ecclissati e da noi separati. Ancora circola tra noi con la sua ironia leggera e la sua carica pensosa Gigino Conventi, amico tendenzialmente geniale e certamente sincero. Dai giorni lontani di appartenenza alla Fuci Gigino si distingueva per il suo modo divergente di proporsi, gli era cioè congeniale pensare da sé, ideare fuori dagli schemi, senza mai sfiorare il non senso. Spirito dialettico, riusciva talora in modo simultaneo a suscitare domande e a fornire risposte, combinava il costante spirito critico verso il mondo con l’esercizio propositivo cosciente. Tanti lo ricordano quando con tenacia ha propugnato il diritto sociale al bene pubblico dell’acqua ispirandosi ai fondamenti della giustizia sociale secondo una politica solidale. Non conta il frammento o la pratica empirica isolata, ma la visione d’insieme in cui il problema si situa, e Gigino era capace di fare sintesi in modo organico, senza restringersi al particolare. Alla tensione socio-politica, congiunse l’esattezza professionale nel settore bancario rivestendo un ruolo direttivo nel Banco di Napoli.  Con prematura intuizione si rese conto della corsa dei media oggi e diede vita ad un periodico cartaceo a cui fece seguito un blog di notevole frequentazione; con ampio respiro sociale Gigino prese parte alla nascita dell’Associazione Amici del marciapiede, facendosi artefice di amicizia sociale, secondo la nomenclatura di Papa Francesco oggi. Pari a  lui per la competenza e l’etica professionale fu la sua Paola, che aggiunse in proprio una singolare arte della danza e che oggi ancora per la sua mancanza ridesta in noi sofferta nostalgia.

Non si dà luogo che la morte non frequenti, sicché basta spostarsi di poco per imbatterci nella notizia ancora una volta inaspettata della scomparsa del professore Enrico Di Lorenzo, volto assai noto in tutta l’area vesuviana per la rete di amicizia e per la competenza riconosciuta in lingua e letteratura latina. Impastato di classicità sin dagli anni giovanili, la sua produzione scientifica nel settore del mondo latino antico è notevole, lo schedario della nostra biblioteca diocesana riporta con orgoglio un fitto elenco bibliografico di cui egli è autore. E forse proprio dagli studi compiuti presso il nostro seminario vescovile di Nola il professore attinse l’ispirazione di dedicarsi agli studi classici. Ampio il suo sguardo di indagine comprensivo di autori maggiori e minori, tesa a cogliere inedite sfaccettature di storia personale e sociale, di arte, letteratura e umanità, nel dispiegarsi di contenuti e forme che fanno la ricchezza della lingua latina antica, di cui appunto egli si è rivelato erede e artefice. Conoscere e familiarizzarsi con un’altra lingua non vuol dire semplicemente maneggiare un altro dizionario ed esprimersi in altro idioma, ma significa arricchire la nostra identità espressiva e dilatare il mondo in cui siamo immersi. Nell’incalzare delle discipline scientifiche nel nostro tempo digitale, egli ha onorato la cattedra di letteratura latina presso l’Università di Salerno, riportandosi alle migliori tradizioni umanistiche. Attratto non meno dall’antropologia culturale ha scritto pagine interessanti specialmente sul suo paese d’origine, Somma Vesuviana, donando senso e parola alle pietre antiche, senza dire del sapere diffuso nelle occasioni più disparate di ordine socio-culturale. “Spirito vesuviano” ha lavorato con passione intellettuale e con fervore pedagogico, con naturalezza di rapporti umani e con amore per la natura, facendo esperienza vissuta degli ideali di umanità e di senso religioso che attraversano il mondo latino antico, aggiornando sul piano personale la sensibilità antica in chiave dottrinale cristiana.  





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