Bianco come il Natale, rosso come il sangue

Profonda meditazione sul tempo di Natale fatto di giorni costellati di feste e memorie di santi martiri


a cura di Francesco Pacia

seminarista

Nell'ottava di Natale è un po’ come se si fermasse il tempo: fino al 1 gennaio è sempre Natale! La cosa curiosa è che questi giorni sono costellati da feste e memorie di santi martiri: Stefano, gli Innocenti, Thomas Becket... diversi per età, stato di vita, epoca. É strano che mentre noi pensiamo al natale con sentimentalismo, il colore bianco di questo periodo si tinge del rosso del martirio e della violenza del ‘mondo’ (nell'accezione giovannea). Ma in fondo colui che disse: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra!” (Lc 12,49) e ancora: "Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione!" (Lc 12, 51), appena nato fu indicato da Simeone come "segno di contraddizione", responsabile di rovina o resurrezione, svelatore di segreti dei cuori... e una spada avrebbe trafitto le anime! Potrebbe turbare questa ombra della croce gettata sulla pace e staticità rassicurante di Betlemme, così asettica e tenera come la vediamo nei nostri scintillanti presepi. Più accomodante rispetto ai sentieri da percorrere. Più comoda rispetto alle nodosità della croce. Meno impegnativa rispetto al decidersi per Cristo, portandone fino in fondo le conseguenze.

Sì, il Natale ci piace di più e l'abbiamo addomesticato. Ancora di più abbiamo addomesticato la Pasqua... ma questi giorni di Natale, se uno li celebra come la sapienza della liturgia della Chiesa ce li consegna, sono tutt'altro che idilliaci: il sangue della circoncisione, il sangue degli innocenti, le profezie di Simeone, la fuga in Egitto, il sangue di Stefano, il sangue di Beckett, il sangue di altri martiri... Ci mostrano un Dio fatto di carne e fatto di sangue, un Dio emigrante, un Dio-uomo in mezzo ad una famiglia (la sacra e l'umanità) di altri uomini – fatti anch'essi di carne e di sangue – tra problemi piccoli e grandi.

Ma non voglio gettare sangue sul Natale: ci pensano la pandemia, la guerra, il femminicidio, l'alta velocità, la stupidità dei botti di Capodanno, i terremoti, i migranti, le ferite del cuore, le divisioni e le incomprensioni affettive. Volevo solo introdurre una bella citazione di Thomas Stearns Eliot, tratta dalla tragedia Murder in the Cathedral (Assassinio nella cattedrale, 1935) che racconta del martirio dell'arcivescovo inglese Thomas Becket, ucciso proprio il 29 dicembre del 1170 per volere del re Enrico II. Il primo racconto della sua vita è del grande Giovanni di Salisbury, famoso per averci tramandato nel suo Metalogicon (III, 4) l’adagio immortale di Bernardo di Chartres: nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes, siamo nani sulle spalle dei giganti!

Thomas Becket fu un gigante per la fede dell’Inghilterra arricchita anche dal suo sangue! Chi non ricorda che sulla sua tomba si recavano fiumane di pellegrini e uno di questi pellegrinaggi è diventato la cornice per una delle opere più belle del Medioevo inglese, I racconti di Canterbury, del grande Chaucer? Ad ogni modo, la tragedia di Eliot sul martirio di Becket ha un sapore anche natalizio. L’autore, infatti, la ambienta tra il 2 e il 29 dicembre 1170 e la divide in due atti, tra i quali, come spartiacque, vi è proprio il giorno di Natale e il sermone predicato dall’arcivescovo di Canterbury, ormai sempre più osteggiato dal potere politico, che gli è avverso (i critici hanno visto nell’opera una critica spietata al regime nazista). Becket sembra presagire il giorno del martirio e riflettendo, come abbiamo fatto noi, sul candore del Natale che si macchia della tristezza del sangue della Passione di Cristo e dei martiri (in primis quello di Stefano), afferma che i cristiani hanno ricevuto da Dio il dono grande della sua pace, che è diversa da quella del mondo e ricompone a livello più profondo il dolore e la violenza con la gioia che viene da Lui.

Il giorno del martirio, andando incontro alla morte, S. Thomas pronuncia, nella fantasia del grande Eliot (leggete La Terra desolata e i Quattro Quartetti!), delle parole straordinariamente forti. Parlano di sangue e il sangue - lo sanno bene gli ebrei - è la vita. Ripeto, non voglio gettare sangue sul Natale, ma solo condividere che Dio si è davvero fatto di carne e di sangue, che il Natale e per quanto ci raccontano i Vangeli e per come la Chiesa ce lo ha confezionato nella liturgia dell'Ottava, è intriso di sangue: sangue che è sparso in sacrificio, sangue che è versato per odio; che Natale e Pasqua sono legati (pensate anche all'annuncio di Pasqua fatto il giorno dell'Epifania e alla benedizione delle acque, fatta specie in Oriente, in questo periodo); che il Suo Mistero di Natale-Pasqua si è attuato in chi dopo di lui ha dato il suo sangue, la sua vita per gli altri, metaforicamente o letteralmente che sia. Un fiume di sangue che da Lui scorre nella Chiesa, segnata dal segno di quel Sangue, che ci intreccia all'unica Vite/Vita. In fondo, Zipporà lo aveva predetto: “Tu mi sarai sposo di sangue” (Es 4,16).

Eccovi la citazione. È Becket – ripeto – che parla e io volevo solo introdurla. Il resto lo lascio a voi lettori…

L'uomo giusto, come un audace leone,
non dovrebbe temere.
Io sono qui.
Non traditore del Re. Io sono un prete,
un cristiano salvato dal sangue di Cristo,
pronto a soffrire con il mio sangue.
È sempre questo il segno della Chiesa:
il segno del sangue.
Sangue per sangue.
Il Suo sangue fu dato per comprare la mia vita,
il mio sangue sarà dato per pagare la Sua morte.
La mia morte per la sua morte.
(T.S. Eliot, Murder in the Cathedral, parte II)




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