La Chiesa tutta celebra domani, 6 gennaio, la Solennità dell’Epifania del Signore, nella quale, si ricorda l’arrivo dei Magi a Betlemme per adorare il Messia. In questa solennità (il cui significato deriva da termine greco epipháneia, manifestazione) la Chiesa cattolica celebra il rivelarsi di Gesù a tutti i popoli, rappresentati dai Magi.
Si tratta della prima delle tre “manifestazioni” che il Martirologio romano ricorda celebrate il 6 gennaio quando “si venera la triplice manifestazione del grande Dio e Signore nostro Gesù Cristo: a Betlemme, Gesù bambino fu adorato dai magi; nel Giordano, battezzato da Giovanni, fu unto dallo Spirito Santo e chiamato Figlio da Dio Padre; a Cana di Galilea, alla festa di nozze, mutando l'acqua in vino nuovo, manifestò la sua gloria”. Anche l’Inno dei primi vespri recita infatti:
Perché temi, Erode,
il Signore che viene?
Non toglie i regni umani
chi dà il regno dei cieli.
I magi vanno a Betlem
e la stella li guida:
nella sua luce amica
cercan la vera luce.
Il Figlio dell’Altissimo
s’immerge nel Giordano,
l’Agnello senza macchia
lava le nostre colpe.
Nuovo prodigio a Cana:
versan vino le anfore,
si arrossano le acque,
mutando la natura.
Dai Magi l’insegnamento che la speranza è una persona cui andare incontro in compagnia
Domani, il 6 gennaio, segnerà anche la chiusura dell’Anno Giubilare dedicato al tema “Pellegrini di Speranza”. La festa dell’Epifania ricorda appunto ai credenti che la speranza non è un sentimento ma una persona, è Gesù Cristo ed è l'incontro con Lui che dà alla nostra vita la luce della speranza. Una speranza che i magi cercano con passione, come ci aiuta a vedere l’icona della Natività della Scuola di Andrej Rublëv, del XV secolo.
Un’icona che ha funto da bussola per la meditazione guidata dal professore Luigi Territo sj, lo scorso 17 dicembre, durante l’incontro di preparazione al Natale della Consulta delle aggregazioni laicali della diocesi di Nola.
«Accanto alla grotta dell'incarnazione, sulla sinistra, trovate i Re Magi. I Re Magi, sui cavalli, che salgono sulla montagna. Hanno interrogato il Cielo e la creazione di Dio. Hanno riconosciuto i segni della sua presenza. Sono dei cercatori, lo sappiamo, sono pellegrini, sono sapienti alla ricerca di Dio che sfruttano la creazione in cerca del Creatore. Sono uomini profondamente abitati dal desiderio. Il desiderio è ciò che li muove all'incontro con il Messia. E vedete, la loro ricerca li porta verso il Cielo. Stanno salendo sulla montagna ma il Mistero è nella grotta, dovranno scendere. E vedete qui un altro insegnamento che questa icona ci suggerisce. Bisogna scendere. Per contemplare la luce dovranno scendere nella montagna. Hanno questo cappello frigio che ricorda i cappelli degli uomini che vengono dalla Persia. Se fate attenzione potete anche riconoscere tre diversi lineamenti di questi uomini. Sono le tre età della vita. Il primo è il più anziano con i capelli di barba bianca. Il secondo è un uomo di mezz'età e il terzo è giovane. L'anziano con la barba bianca guida ma solo il più giovane vede la stella. Il giovane però non conosce la strada. Il vecchio intuisce la via ma non vede la stella. Tutto questo ci ricorda che la nostra ricerca non è una ricerca che possiamo fare da soli. La meta si comprende in comunità, giovani e vecchi insieme: il vecchio che guida con la sua esperienza e il giovane con le sue invenzioni apre la strada», ha sottolineato il gesuita Territo.
Come i Magi scendiamo nelle grotte della nostra umanità per trovare la luce di Cristo
Il professore Territo, durante la sua meditazione, lo scorso 17 dicembre, si è soffermato sui vari personaggi dell'icona della Scuola di Andrej Rublëv. Su Maria, da cui imparare ad essere grembo accogliente per Cristo; su Giuseppe, uomo che fa i conti con i propri limiti e comprende che Dio lo chiama ad abitarli per far nascere Gesù. E sul Bambino: «Lo vediamo avvolto in bende. Sono molto simili a bende mortuarie che preannunciano il sepolcro. Gesù non giace in una mangiatoria ma in un sarcofago di pietra all’interno di una grotta buia: è nelle tenebre che rifulge la bellezza la dolcezza e il calore di questo bambino. E vedete l'iconografia bizantina utilizza un colore nero in purezza per ripingere l'interno di questa grotta. Troviamo il colore nero in purezza solo nella grotta e nel sepolcro. Perché questo colore nero? Il colore nero in realtà è il colore che assorbe la luce, la uccide: è nel buio, infatti che rifulge la luce del piccolo Gesù. Come nelle nostre grotte, nei nostri inferni lì dove la luce non è riflessa e Gesù vuole ancora nascere. E vedete, Gesù nasce nel cuore di una maestosa montagna. L'uomo non deve faticosamente arrivare in cima. Il Messia è sceso al livello dell’uomo, nelle grotte dove l'uomo va a nascondersi, nel buio dove l'uomo va a nascondersi. Ed è in questo limite che Dio rivela ancora la sua grandezza. È in questo luogo finito che Dio ha aperto la strada all’infinito».