di Giuseppe Trinchese
Alla vigilia della solennità di San Felice in Pincis, mentre si chiude il novenario che in questi giorni ha portato a Cimitile, sulla tomba del santo, vescovi della Campania e pellegrini provenienti da diverse comunità, la festa sembra farsi racconto corale. Un racconto antico e sempre nuovo, che attraversa i secoli e giunge fino al presente con una forza sorprendente, capace di parlare soprattutto ai più piccoli. Chi si accosta per la prima volta ai giorni feliciani coglie subito un tratto distintivo: il legame speciale tra San Felice e i bambini. Non è un dettaglio folkloristico, ma una cifra profonda della devozione cimitilese.
Lo speciale legame tra il santo patrono e i più giovani abitanti del paese
Ogni anno, nella sera del 13 gennaio e nella processione mattutina del 14, sono i bambini delle classi terze, quarte e quinte della scuola primaria a intonare l’inno al santo. Voci giovani di volti arrossati dal freddo di gennaio si fanno preghiera e memoria, affidamento e gratitudine. Il "rito" si ripeterà anche questa sera alle 18:30 e domattina alle 10:30.
Questo legame affonda le sue radici nella stessa storia di Felice, così come ce la consegna san Paolino di Nola. Felice non è il martire del sangue versato, ma il martire della fedeltà quotidiana: un prete che ha scelto di consumare la propria vita nel servizio, nella povertà, nella cura dei fratelli. E non è casuale che, nel racconto paoliniano, la prima manifestazione pubblica del suo potere taumaturgico avvenga proprio attraverso la liberazione di un bambino posseduto dal male. Felice inizia così il suo ministero visibile: chinandosi su un piccolo, restituendogli libertà e dignità, affidandolo nuovamente alla vita. È come se il santo avesse scelto i bambini come primo luogo della sua intercessione, come spazio privilegiato dell’agire di Dio.
Un canto secolare che invita alla pace
Oggi, a distanza di secoli, sono i bambini a dare voce a Felice. Lo fanno attraverso il canto, la forma più alta e pura della preghiera comunitaria. L’inno che risuona nelle celebrazioni feliciane nasce più di un secolo fa. Usato anche come invocazione di pace, come supplica corale elevata da una comunità ferita ma fiduciosa, continua oggi a risuonare con una forza drammaticamente attuale, mentre il mondo conosce ancora il fragore delle armi e il bisogno urgente di riconciliazione. Le parole dell’inno si aprono con un riferimento preciso al giorno della festa: «Questo giorno a te sacrato». Un giorno che Paolino stesso considerava più importante della propria nascita, come ha ricordato il vescovo Antonio Di Donna in una delle sere del novenario. Nel cuore del testo risuona l’invocazione più cara alla pietà popolare: «Benedetto sia Felice, nostro padre e protettor». Se Felice è padre, allora la comunità è famiglia. E quei bambini che cantano, con naturalezza e fierezza, sono davvero figli.
Il rapporto tra San Felice e i bambini non resta confinato entro i confini di Cimitile. Traversa il Nolano e si apre a una rete più ampia di comunità che condividono la medesima devozione. In questi giorni, un segno semplice ma eloquente lo ha reso visibile: lo scambio di lettere tra i bambini del catechismo di Montoro e i piccoli cantori dell’inno di Cimitile. Raccontarsi la festa, augurarsi il Natale, riconoscersi parte di una stessa storia spirituale. Un gesto educativo e profondamente ecclesiale, che mostra come il culto non sia ripetizione sterile, ma relazione viva.
Parole che ancora generano appartenenza
Quest’anno, inoltre, gennaio ha rappresentato per Cimitile un tempo di grazia particolare. Per la prima volta, una sera del novenario è stata dedicata ai ragazzi delle scuole medie. Giovani che, conclusa la loro partecipazione “ufficiale” al canto dell’inno, sono tornati ai piedi di Felice e, dopo il pellegrinaggio alla tomba del santo, hanno iniziato a intonare spontaneamente l’antico canto. Un segno discreto ma potente: Felice continua a generare appartenenza, anche quando i percorsi cambiano e l’età avanza. Così, mentre la Chiesa celebra ancora il mistero del Dio che si è fatto bambino, prende avvio la festa del santo che di Cristo volle essere discepolo fino in fondo. E a dei bambini è affidato il compito di annunciarlo, di cantarlo, di renderlo presente. In loro, nella loro voce limpida, San Felice continua a vivere come padre e protettore, testimone di una fede che si trasmette non solo per parole, ma per amore condiviso e memoria custodita; testimone dell'amore grande di Dio, soprattutto per i piccoli che oggi, come ieri, restano i primi a essere feriti: vittime delle guerre nelle nazioni, delle fratture nelle comunità, delle tensioni che abitano le famiglie; e anche là dove non cadono le bombe, ma manca la pace di Cristo, la fretta, la competizione e l’inquietudine degli adulti rubano tempo, ascolto, serenità e cura ai più piccoli.