Profumo di Cristo, con rispetto, benevolenza e verità

L'omelia del vescovo Marino durante la Santa Messa Crismale in Cattedrale

News


Cattedrale illuminata dalle bianche vesti sacerdotali questa mattina, per la Santa Messa Crismale presieduta dal vescovo Francesco Marino che ha voluto iniziare la celebrazione, «con una parola di ringraziamento e un invito alla preghiera. Ricordiamo l’arcivescovo emerito Mons. Beniamino Depalma, che ringraziamo per il suo messaggio paterno e i vescovi nativi della nostra diocesi, Mons. Giovanni Rinaldi, Mons. Giuseppe Giuliano e Mons. Luigi Travagliano e Mons. Domenico Sorrentino. Preghiamo per i nostri confratelli che in questo anno celebrano gli anni giubilari: d. Carmine Coppola, per il 60° di Ordinazione; don Ginetto De Simone, don Aniello Nappi e don Giuseppe Testa per il  50°. Nel clima singolare di questa celebrazione sentiamo con noi tutti i presbiteri e diaconiammalati o anziani che avvertiamo vicinissimi nello spirito della comunione e dell’affetto fraterno. Raccomandiamo al Signore nella preghiera eucaristica i confratelli la cui memoria è in benedizione e che speriamo già partecipi in pienezza alla perenne liturgia celeste dell’Agnello immolato e vittorioso. In questi ultimi due anni sono stati veramente tanti, l’arcivescovo Felice Cece, e ben 9 presbiteri: Alfonso Pisciotta, Francesco Tulino, Giuseppe Mastronardi, Michele Lombardi, Giovanni Picariello, Francesco Piciocchi, Mario Fabbrocini, Ciro De Marco e Giovanni Braschi. Non si tratta di un ricordo formale ma di un vero ringraziamento per il servizio che ciascuno di loro ha offerto o ancora offre alla Chiesa nei vari uffici e compiti. Grazie. La comunità presbiterale è fatta da persone concrete, storie di vocazioni e di servizio che la costruiscono nel tempo e nell’eternità. Affidiamoli nella lode e intercessione al Signore. Il Signore benedica anche voi religiosi e religiose, seminaristi e fedeli laici: possiamo avvertire oggi la piena consapevolezza d’essere, insieme con il vescovo e i ministri ordinati, l’unico popolo messianico, di profeti, sacerdoti e re a servizio del regno di Dio che viene e che vogliamo annunciare e testimoniare».

Il vicario generale diocesano, monsignor Pasquale Capasso ha così salutato il vescovo Marino: «Ecc.za Rev.ma, un saluto da tutta la Chiesa diocesana qui rappresentata. Per il secondo anno celebriamo la settimana santa in un clima di restrizione. Quest’anno portiamo anche i segni della pandemia che ha coinvolto più da vicino le nostre comunità e alcuni nostri confratelli. Siamo grati al Signore che ci concede di vivere questo momento di grazia. La Messa crismale è unica nella sua dimensione sacramentale: rende visibile il valore e il significato del sacerdozio ministeriale all’interno della comune dimensione sacerdotale del popolo di Dio. Ancora una volta oggi si compie per noi la Scrittura che tra poco verrà proclamata: “mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato…”. La Parola orienta la nostra attenzione verso il Cristo, il Consacrato e a Lui ci chiede di conformarci.  L’unzione non è per se stessi ma per essere mandati. Il teologo protestante, martire del nazismo, Dietrich Bonheffer definiva Gesù 'l’essere per gli altri': non come attributo ma come identità sostanziale.  La missione del sacerdote non è principalmente fare, eseguire, organizzare, prendere il controllo di una realtà ma Essere e Servire. Ecc.za,  affidiamo la Vostra persona innanzitutto e la nostra Chiesa in tutte le sue componenti allo Spirito  perché attraverso una rinnovata unzione ci renda sempre più idonei a “portare il lieto annuncio e proclamare  l’anno di grazia del Signore”. La Vergine Maria, i nostri patroni Felice e Paolino sostengano il cammino della Chiesa di Nola in questo tempo complesso all’occhio umano ma tempo di grazia per il regno di Dio».

Testo integrale dell'omelia del vescovo Marino

Carissimi presbiteri e diaconi, carissimi fratelli e sorelle della santa chiesa nolana,
nessuno di noi avrebbe immaginato l’inusuale contesto in cui ci saremo trovati a celebrare per la seconda volta la Messa crismale circondata ancora una volta da restrizioni e attenzioni che però rendono questo momento non meno bello e significativo, ma certo più sobrio e contenuto in quelle manifestazioni di festa e di fraternità che solitamente lo caratterizzano. La difficile, e per tanti uomini e donne, anche drammatica situazione che stiamo vivendo, ormai la conosciamo bene. Non possiamo negare che abbiamo faticato, noi e le nostre comunità cristiane, a comprendere e accogliere le limitazioni che via via ci sono state richieste in questo tempo che tutti avvertiamo ormai troppo lungo. 

È facile constatare che la vita sociale è stata sconvolta nei suoi ritmi e consuetudini, trasformando i rapporti familiari, gli stili comunicativi, la quotidianità. I problemi connessi con la ripresa delle attività lavorative, i debiti da pagare, l’incertezza del futuro, hanno ampliato la fascia sociale di “nuovi poveri”, creando notevole incertezza sul futuro. Ma anche la vita di fede, nelle sue espressioni comunitarie e personali, è stata segnata profondamente. Nessuno mette in dubbio che la fede nel Signore non è legata in modo rigido a luoghi o celebrazioni; essa può continuare ad esprimersi in profondità e verità anche nel segreto del nostro cuore e nell’angusto spazio di una stanza della propria casa e, soprattutto, nella preziosa dimensione familiare, quest’anno particolarmente sentita con l’aiuto e l’esempio di San Giuseppe, patrono della chiesa universale. Ma, molte comunità cristiane sparse nel mondo vivono limitazioni e restrizioni ben più pesanti riguardo all’espressione e vissuto della fede. D’altra parte, siamo profondamente convinti che la celebrazione comunitaria dell’Eucaristia, specialmente della domenica, ha una valenza teologica, comunionale, missionaria unica, sedimentata in secoli di vita cristiana e ribadita dal Magistero della Chiesa. Essa non è dunque accessoria, ma fa parte del nostro vivere e nutrire la fede “in comunione e comunità” con il Signore e con gli altri. Stiamo imparando proprio dalle limitazioni ad apprezzare con maggior consapevolezza quello che prima ci veniva offerto abbondantemente e che non sempre riuscivamo a valorizzare appieno. Non mi soffermo ora a riflettere come anche gli altri sacramenti, in questo contesto, sono stati per così dire “coinvolti”: il sacramento della riconciliazione, il battesimo e la cresima, e l’unzione degli infermi, perfino la possibilità di poter celebrare le esequie cristiane con la Messa.

Desidero ringraziare ciascuno di voi per l’impegno profuso in questo periodo nell’accompagnare le comunità cristiane, facendo sentire la presenza e vicinanza. Questa stessa celebrazione della Messa Crismale, che vuole manifestare visibilmente l’unità del presbiterio con il vescovo e la consacrazione degli Oli che poi saranno distribuiti alle parrocchie sia per tutti segno di speranza e di fiducia nel Signore e nelle possibilità dell’uomo, nella responsabilità della comunità umana.

La Messa Crismale ci offre occasione per riflettere su alcune dimensioni del nostro essere Chiesa: la comunione presbiterale con il vescovo e la benedizione degli Oli. Desidero riflettere su questi due aspetti.

In primo luogo, la comunione tra i presbiteri e il vescovo. Non posso esimermi dal chiedere a me stesso, a questo proposito, come io ho vissuto la comunione con il presbiterio, con ciascuno di voi presbiteri. Mi chiedo se l’ho favorita, accresciuta, curata, in questi mesi di prova. Mi sono chiesto più volte che cosa è essenziale nel ministero del Vescovo, a che cosa bisogna dedicare le energie, il tempo e la preghiera. Anche in questo tempo ho percepito che ciascuno di voi ha una sua certa “teoria” di come il vescovo dovrebbe esercitare il suo ministero: chi lo vede compagno di viaggio, chi come padre che deve ascoltare, chi come arbitro di una partita, chi controllore delle cose che non vanno, chi un super risolutore di ogni problema, chi il fustigatore di questo o quel difetto degli altri presbiteri e così via. Evidentemente in qualche modo ciascuna di queste prospettive ha qualche granello di verità, che però deve essere armonizzata nel contesto del servizio alla Chiesa diocesana e universale, alla comunità dei credenti, all’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo.
Come potete immaginare, nella vita del vescovo ci sono urgenze e situazioni complesse che talvolta possono frenare il desiderio di una maggiore vicinanza alle comunità cristiane; sappiate, però, che il mio primo impegno è quello di dare innanzitutto accoglienza e ascolto a voi presbiteri e questo è tanto più vero quando insieme sperimentiamo tutte le insidie, i pericoli e gli effetti anche psicologici dovuti alla pandemia. Queste considerazioni hanno solo l’obiettivo di una condivisione familiare con voi e sono occasione per chiedervi di aiutarmi, come vescovo, a vivere e far crescere il mio ministero episcopale e il servizio alla Chiesa diocesana e alla fraternità presbiterale, per incoraggiarvi a uno stile di comunione e condivisione.

Vorrei adesso spendere qualche parola riguardo alla comunione tra di voi. Allo stile di fraternità presbiterale e alle relazioni che dovrebbero esserci tra presbiteri. Sapete che ho insistito molto sulla necessità di far crescere la fraternità presbiterale, come la chiave per ogni possibile progetto pastorale che altrimenti sarebbe solo sulla carta e costruito a tavolino. Voi stessi avete tante volte sottolineato questa urgenza. Quali sono i passi che è necessario continuare fare?  Credo che siano importanti alcuni “codici relazionali” senza i quali non vi potrà essere nessuno progresso reale. In primo luogo, il “codice del rispetto”. Rispettiamoci per amarci vicendevolmente! Siamo persone pubbliche, e in questo è coinvolta tutta la nostra persona che non può mai smettere di essere un sacerdote e un pastore che propone i valori del vangelo. Quindi dobbiamo approfondire uno stile che nasce dal rispetto o non dal dire qualsiasi cosa su tutto e tutti. Invece, talvolta su questo aspetto vi sono state occasioni di sconcerto e confusione anche tra i laici. Accanto al “codice del rispetto” vi è quello del “codice della benevolenza”. Dobbiamo abituarci sempre più a volerci bene, a portare, come direbbe san Paolo “i pesi gli uni degli altri”. Non si tratta di romanticismo ma di carità. Invece ho scoperto talvolta una certa – mi si passi l’espressione – sindrome del cecchino, dove non si aspetta che l’occasione per sottolineare gli errori degli altri, i passi falsi. La correzione fraterna è altra cosa. Nasce appunto dalla benevolenza dell’altro. Se non sviluppiamo questa dimensione, in cui riconosciamo agli altri confratelli, al di là dei limiti e anche del possibile disaccordo su tanti temi, la loro intrinseca amabilità, la nostra predicazione al popolo di Dio manca di un elemento essenziale per essere efficace: la coerenza, e finisce per essere esercizio accademico. Infine, credo che a questi primi due codici vada aggiunto il “codice della verità”.  Ciò significa che il nostro dialogo deve essere veritiero, cioè non debitore del “sentito dire” o peggio alle chiacchiere o critiche gratuite. Siamo chiamati a esprimere quello che pensiamo ma anche ascoltare quello che pensano gli altri, non per vincere una competizione o far tacere l’interlocutore, ma piuttosto di ritrovarci in una sintesi più alta, per poter riprendere insieme il cammino. Ecco, ritengo che la costruzione della fraternità presbiterale, se vuole essere autentica, debba cominciare da questi elementi fondamentali che ciascuno di noi può meditare e far propri.

E adesso permettete una breve riflessione sui segni eloquenti di questa celebrazione. Possono essere sintetizzati in alcuni immagini: l’olio versato, il profumo del Crisma, la nostra assemblea cristiana che celebra. La riflessione su queste tre elementi potrà esserci utile anche per il cammino con le nostre comunità. La pandemia ha imposto alla comunità limitazioni nelle celebrazioni, nell’incontrarsi, nel formarsi, nel vivere la carità.  Ha offerto anche spunti per rinnovare e ripensare il cammino cristiano. Infatti, tornare a “come prima” senza riflettere su cosa ci ha insegnato la pandemia non sarebbe saggio. Dobbiamo aiutare le comunità a fare un passo in avanti nella relazione con il Signore, nella manifestazione della carità, nella comunione tra noi.

Il primo segno che ci viene incontro in questa celebrazione è quello dell’olio. Sarà consacrato e poi distribuito a voi presbiteri che lo porterete nelle vostre parrocchie. È il destino di quest’olio: essere versato e consumato. In questo segno è simboleggiata la chiamata di cui tutti siamo destinatari. Noi presbiteri abbiamo accolto la nostra vocazione per essere “versati”, soprattutto nella vita dei nostri fratelli e sorelle, nella vita dell’umanità. Forse sappiamo di non essere di ottima qualità, ma ciò nonostante siamo chiamati a farci prossimo agli altri con l’olio della consolazione, della speranza, della verità, della gioia. Questo è il nostro compito e missione che offre il significato alla nostra vita e vocazione. Siamo messi nella condizione del servizio ai fratelli, anche se talvolta c’è tristezza, fatica, tante cose da fare, la risposta talvolta tiepida e povera delle nostre comunità.
Carissimi sacerdoti, riprendiamo con forza le motivazioni della vocazione che il Signore ci ha dato, offriamo noi stessi e confidiamo anche che il Signore completerà con la sua opera il nostro desiderio di servirlo. Il secondo segno è quello del Crisma. L’olio diventa Crisma per l’invocazione dello Spirito Santo e l’aggiunta di profumo. Il profumo è una realtà-segno, una dimensione antropologica immediata che non ha bisogno di tante spiegazioni. Vissuto e applicato alle cose di Dio ci fa capire che nel rapporto con il Signore è implicato tutto noi stessi e la relazione con Dio non è mai solo pensata o intellettuale ma coinvolge la persona nella sua umanità più immediata. Il profumo del Crisma è un invito per ciascuno di noi a portare nella nostra quotidianità questo segno: “Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo” (2Cor 2, 15) specialmente nei contesti, situazioni, relazioni dove esso è maggiormente necessario perché invece c’è presenza del deterioramento della relazione, dell’umanità profonda delle persone. Dove il male spande il suo cattivo odore, bisogna portare il buon odore di Cristo.
Infine, il segno dell’assemblea cristiana che celebra. Oggi è un segno limitato, in qualche modo ferito, che non vede una partecipazione del popolo di Dio in modo pieno a causa dei motivi che tutti conosciamo. Ciò nonostante esso è ancora segno, perché credo e spero che ciascuno di voi porti nel cuore le proprie comunità parrocchiali, le situazioni difficili e di dolore di tanti cristiani, l’angoscia per il futuro e le situazioni di povertà che si sono create in questo tempo. Ritornando nelle vostre comunità fate sapere alla vostra gente che li avete ricordati, che avete pregato per loro in questo incontro con il vescovo. Che gli Oli che riportate e che serviranno per il cammino sacramentale della comunità, sono il segno che tutti loro sono stati ricordati e amati.

A tutti voi chiedo anche una preghiera per me, perché sappia servire questa Chiesa, il Signore mi doni discernimento e ascolto. Ci affidiamo insieme all’intercessione della nostra Madre Maria e dei santi Patroni Felice e Paolino vescovi. Amen

Il testo dell'omelia del vescovo Marino
Messaggio di monsignor Depalma

← Torna all'archivio




Questo sito web utilizza i cookie
Questo sito o gli strumenti di terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento e utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner acconsenti all'uso dei cookie.
design komunica.it | cms korallo.it.